Vorresti dare una svolta positiva alla tua crescita professionale ma non hai le idee chiare su cosa poter fare? Ciò che stai facendo non ti soddisfa, ma sei bloccato perché non focalizzi possibili alternative? Probabilmente il design thinking può aiutarti.

Prima o poi, tutti sperimentiamo la condizione per cui, da un lato, desideriamo un cambiamento ma allo stesso tempo non ci è chiaro cosa fare e come farlo. Il risultato è che rimaniamo fermi, bloccati dai dubbi e dalla paura di sbagliare. 

In questo articolo vedremo come poter applicare i principi del design thinking per progettare il proprio percorso lavorativo ed attivarci per costruirlo.  

Definizione di design thinking

Innanzitutto vediamo cos’è il Design Thinking (DT).

È un approccio al problem solving che pone al centro del processo di ricerca delle soluzioni un forte e reale interesse per le persone per cui si vuole risolvere il problema. È, allo stesso tempo, un mindset (modo di pensare ed agire) ed un insieme di metodi e tecniche pratici.

L’Interaction Design Foundation lo definisce come 

“Un processo non lineare e iterativo che i team utilizzano per comprendere gli utenti, sfidare le ipotesi, ridefinire i problemi e creare soluzioni innovative per prototipare e testare”

Utilizzato per creare nuovi prodotti e servizi da aziende come Apple, Google, Samsung, General Electric ed altre big company, il design thinking è estremamente utile per affrontare i wicked problem cioè i problemi mal definiti, ambigui, complessi.

Essendo efficace nelle situazioni in cui ci sono informazioni incomplete o non si conosce il risultato desiderato possiamo utilizzarlo per progettare il nostro sviluppo professionale.

Inoltre il design thinking stimola l’innovazione: spesso bias cognitivi e preconcetti limitano la nostra capacità di pensare fuori dagli schemi e le idee più creative vengono respinte troppo rapidamente come “impossibili” o “troppo rischiose”. Innovare è ancora più difficile nei percorsi personali perché le nostre narrazioni spesso si concentrano su ciò che non sappiamo fare o che è possibile. Così il design thinking può venirci in aiuto per cambiare il modo in cui approcciamo il problema.

Percorriamo insieme i passaggi fondamentali del DT (Empatizzare; Definire; Ideare; Prototipare; Testare) e vediamo come utilizzarli per andare verso il nostro futuro professionale.

Empatizzare

Il Design Thinking richiede come primo step quello di sviluppare empatia nei confronti dell’utente\cliente.

L’empatia è la “capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro” ci spiega la Treccani. Ai nostri fini, la persona con cui dobbiamo entrare in empatia siamo noi stessi!

Per prima cosa dobbiamo riconoscere le pressioni che ci impediscono di comprendere cosa è realmente giusto per noi.

  • Diventa consapevole del “rumore”: quando pensi “Io dovrei…” finisci la frase con qualcosa che è importante per te o per la tua famiglia, i tuoi amici, la società, l’azienda in cui lavori, ecc..?
  • Diventa consapevole degli auto sabotaggi:  tendi ad essere perfezionista, dai una disponibilità incondizionata, ti assumi responsabilità senza poi valorizzare i risultati, ecc..?
  • Riconosci che non c’è un’unica soluzione “giusta”: investi le tue energie nel cercare di capire qual è la tua vera passione, la tua vocazione in modo che poi sarà tutto chiaro e semplice invece che iniziare a sperimentare attività diverse da quelle che stai facendo ora?

La narrazione del successo racconta la storia di un protagonista che, avendo chiaro il suo obiettivo, ha superato ostacoli, difficoltà e alla fine ha vinto. Ma solitamente nella realtà il punto di arrivo è il risultato di tentativi, errori e pivot. Cioè di un cambio di rotta, di una modifica all’obiettivo iniziale dettato dall’incontro\scontro con la realtà che ha fornito feedback utilissimi a reindirizzare l’azione.

Empatizzare: i driver

Scopriamo ora quali sono i nostri driver, cioè cosa ci guida nelle decisioni.

Ti suggerisco di scrivere alcune decisioni che hai preso, massimo una decina: scegliere l’università, uscire di casa, praticare un certo sport, lasciare un lavoro, iscriverti ad un corso e così via. Poi prova a scrivere accanto ad esse quali sono le motivazioni che ti hanno portato a prendere quelle decisioni: avevi voglia di metterti alla prova, una certa situazione stava avendo ripercussioni sulla tua salute, volevi dare priorità agli affetti, cercavi una maggior sicurezza economica…?

Quali sono i driver emersi? Negli esempi sono: ricerca di sfide, salute, famiglia, tranquillità economica.

I driver possono cambiare nel corso degli anni, è normale, quindi ogni tanto fai un check!

Infine è utile fare il punto riguardo all’attuale soddisfazione lavorativa: che punteggio daresti, da 1 a 10 (dove 10 indica la soddisfazione massima e 1 la minima) agli elementi che ti propongo di seguito?

  • Relazione con i colleghi
  • Relazione con i manager
  • Sviluppo competenze
  • Riconoscimenti (non solo monetari)
  • Possibilità di crescita
  • Possibilità di ottenere dei risultati
  • Equilibrio lavoro-vita privata
  • Interesse per i contenuti del lavoro
  • Cultura e clima aziendale
  • Autonomia nell’organizzare il lavoro

Hai più chiaro ora cosa funziona e cosa no? A volte ci concentriamo solo sugli aspetti negativi di un lavoro e non diamo valore a ciò che c’è di positivo o ignoriamo – più o meno consapevolmente – ciò che non funziona. Questo esercizio può aiutarci a valutare veramente il nostro lavoro per quello che è.

Riconoscere, comprendere e mettere in discussione il modo in cui pensi a te stesso e alla tua crescita professionale è un passaggio fondamentale per cambiare e iniziare ad agire. 

Un’avvertenza all’uso: la fase di empatia consiste nel riconoscere e fare il punto della tua situazione attuale senza giudicarti. Come su una mappa, ti segnala che “tu sei qui” e questo non è né giusto né sbagliato.

Definire

Grazie alla fase precedente abbiamo raccolto moltissime informazioni. È arrivato il momento di utilizzarle per riuscire a definire il problema per poi agire nel trovare delle soluzioni.

Questo step ci richiede un grande impegno nel definire il Point of View (PoV Punto di Vista) cioè la visione del problema che deriva dall’aver compreso quali sono i bisogni e le motivazioni del nostro user (cioè noi!)

Lavorare bene in questa fase significa non perdere tempo a cercare di risolvere il problema sbagliato: alcuni problemi semplicemente non sono “risolvibili”.  

Ad esempio, potresti rimpiangere l’ambiente creativo che ha caratterizzato gli esordi della grande azienda in cui lavori. Ma chiedere che essa rimanga una startup non è perseguibile. Prova invece a riformulare il problema in modo che sia actionable, cioè ti consenta di “passare all’azione”.

Il PoV potrebbe essere il seguente:

“Io (user) ho bisogno di lavorare su attività che richiedono creatività, in un team in cui ci si possa confrontare perché è nelle attività sfidanti che do il meglio di me e sono più soddisfatto”.  

Individuato il P.o.V. sei pronto alla domanda che avvia lo step successivo, quello dell’ideare: “Come potrei lavorare su attività che richiedono, ad esempio, creatività?”

Ideare

È arrivato il momento di essere creativi!

La domanda che guida questo step è quella che è emersa dalla fase precedente.

Pensa a più opzioni possibili e non scartare nessuna idea, neppure quelle che sembrano  inverosimili o irrealistiche perché sono un’opportunità per uscire dalla tua zona di comfort.

Confrontati con altre persone, assicurandoti di non fare riferimento alla tua solita rete: abbiamo la tendenza naturale a cercare conferme nelle persone che la pensano come noi, ma è grazie al confronto con opinioni divergenti che possiamo sviluppare nuove idee su noi stessi e trovare opzioni che non avevamo ancora considerato.

Prototipare

Prototipare significa dare concretezza alle idee, cioè farle uscire dalla testa e farne «il rendering».

Nel design thinking, il prototipo è un modello approssimato o parziale del prodotto che si vuole sviluppare, realizzato per valutarne determinate caratteristiche. Non ha tutte le funzionalità e gli elementi del prodotto finale, ma è utile a capire se e come l’idea è fattibile e se risponde ai bisogni reali dei potenziali clienti.

Ma come si può prototipare un cambiamento lavorativo, una crescita professionale?

Per rispondere a questa domanda ci avvaliamo del suggerimento che danno Burnett ed Evans nel loro libro Designing Your Life: fare delle conversazioni di prototipazione.

Ci sono persone che già stanno facendo quello che vorresti fare tu, esperte nel campo lavorativo che ti interessa, competenti sul tema di cui vuoi accrescere le conoscenze. Chiedi loro di raccontarti la loro esperienza, scopri la loro storia, sii curioso di tutto: aspetti positivi, soddisfazioni, ma anche problemi e difficoltà. 

Puoi prototipare la tua soluzione avvalendoti di queste esperienze, semplicemente confrontandoti con il ”prodotto finito“ così da essere consapevole di cosa funziona e cosa non funziona nella soluzione che hai pensato.

Puoi imparare dalla soddisfazione di un progetto portato a termine, dalla collaborazione nella creazione di un prodotto, ma anche dal racconto delle ore sottratte alla vita privata o dalla preoccupazione per una situazione economica.

Testare

Siamo arrivati alla fase di test che consente di vedere se un prototipo funziona bene o se necessita di modifiche.

Nel caso di un prodotto, il prototipo viene letteralmente messo nelle mani dei potenziali clienti: come interagiscono? Per loro è intuitivo capire come funziona? Lo ritengono adeguato per rispondere al bisogno che dovrebbe soddisfare? In base ai loro feedback si possono apportare miglioramenti prima di dedicare tempo e denaro alla realizzazione del prodotto definitivo.

Ma cosa significa testare nel caso della crescita professionale? Sei tu il cliente finale. Sono tuoi i bisogni a cui il prototipo deve rispondere e saranno le tue emozioni a dare un feedback per capire se la scelta che vuoi compiere è giusta per te.

Prendiamo l’esempio precedente in cui nella conversazione di prototipazione hai incontrato quello che potrebbe essere il “futuro te”. L’hai ascoltato mentre raccontava la soddisfazione provata per un certo progetto, ma anche delle serate e i weekend trascorsi a lavorare. Quali emozioni ti suscita il suo racconto? Ti senti entusiasta, pieno di energie, pronto a raccogliere la sfida o le sue parole ti hanno intimorito e il pensiero di ridurre drasticamente il tempo da dedicare ad amici, famiglia, sport, ecc. genera in te una sensazione di forte ansia?

Ascolta i tuoi feedback: sono sicuramente giusti ed utili per te.

Può darsi che la soluzione a cui avevi pensato non si sia rivelata fattibile ma non preoccuparti: il design thinking è un processo iterativo, cioè si può ritornare più volte alle fasi precedenti (alla fase di ideazione, ma anche a ritroso fino a quella dell’empatia) in modo da trovare nuove e possibili soluzioni.

Ora sai cos’è il design thinking e come può essere applicato per progettare la tua carriera: fammi sapere dove ti ha portato!

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